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Il carnevale tra Borgo in Bagolino e Schignano: maschere, suoni e tradizioni che resistono

·5 minuti·Sofia

Il Carnevale, per come lo conosciamo oggi, è spesso una pioggia di coriandoli di plastica e musica commerciale che stordisce i sensi senza nutrirli. Ma se decidi di risalire le valli lombarde in una fredda mattina di fine gennaio, scoprirai che esiste un’altra anima, più antica e selvaggia, che sopravvive al tempo. Tra le montagne bresciane e i boschi che si affacciano sul lago di Como, il Carnevale non è una sfilata, è un rito di possessione, un grido ancestrale che rompe il silenzio dell’inverno. Ti parlo da amica, da chi ha camminato su quelle pietre gelate sentendo il battito di un’Italia che non vuole dimenticare chi è. Qui la maschera non nasconde, rivela.

Mentre il mondo si prepara alle grandi parate di Viareggio o Venezia, borghi come Bagolino e Schignano mettono in scena un teatro a cielo aperto che profuma di resina, lana umida e zafferano. Amo osservare il contrasto tra l’eleganza quasi sacrale dei ballerini della Valle Sabbia e la rozzezza primordiale delle maschere della Valle d’Intelvi. Sento il suono dei violini che si intreccia al clangore dei pesanti campanacci, creando una sinfonia che fa vibrare il petto. È un’esperienza che ti entra dentro e ti costringe a guardare la montagna con occhi nuovi. La bellezza qui è fatta di contrasti violenti.

Un Balarì del Carnevale di Bagolino con il tipico cappello scarlatto ricoperto di oro e nastri colorati
L’oro di Bagolino: i cappelli dei Balarì sono veri tesori di famiglia, tramandati di generazione in generazione e adornati con gioielli autentici.

Bagolino: l’oro che danza al suono dei violini
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Bagolino, incastonato tra le montagne della Valle Sabbia, custodisce uno dei tesori più preziosi della nostra cultura popolare: i Balarì. Vedere questi uomini muoversi con passi leggeri e precisi lungo le vie del borgo è come assistere a un balletto rinascimentale sopravvissuto per miracolo. Indossano cappelli di feltro scarlatto completamente ricoperti di gioielli d’oro – spille, collane, orecchini – che le famiglie del paese prestano con orgoglio per adornare i ballerini. Il volto è coperto da una maschera di tela avorio, rendendoli presenze eteree, quasi divinità silenziose che portano fortuna alla comunità. Senti il ritmo antico dei violini.

Accanto all’eleganza dei Balarì, si muovono i Màscär, l’anima irriverente e contadina del carnevale. Travestiti da vecchi con pesanti zoccoli di legno, i Màscär parlano esclusivamente in falsetto per non farsi riconoscere, facendo scherzi ai passanti e punzecchiando la folla. (Nota: se apprezzi questo tipo di dualismo tra sacro e profano nelle nostre terre, troverai un’armonia simile tra le acque del lago d’Iseo e Monte Isola, un rifugio sospeso di cui scriverò in seguito). La tradizione qui si mangia e si respira.

Schignano: i Belli, i Brutti e il Carlisep
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Spostandosi verso il lago di Como, a Schignano, il Carnevale assume toni più cupi e teatrali, mettendo in scena l’eterna lotta tra chi è partito in cerca di fortuna e chi è rimasto a combattere con la terra. I Belli sfilano con abiti sfarzosi e pizzi, ostentando la ricchezza di chi è tornato dall’emigrazione con il portafoglio pieno. Ma sono i Brutti a rubare la scena, coperti di pelli di animali, stracci e pesanti campanacci che riempiono i vicoli di un suono caotico e primordiale. Mi irrita la fretta di chi guarda solo la maschera senza capirne il dolore e la rabbia che porta con sé. Rispetta il loro silenzio.

Accanto ai Brutti si agita spesso la figura della Ciocia, la caricatura della moglie petulante e sottomessa, vestita di stracci e con il volto sporco di fuliggine. Il suo compito è quello di lamentarsi incessantemente, filando la lana con un fuso logoro mentre viene trascinata per le vie del paese. È una rappresentazione cruda della fatica rurale, un dettaglio che aggiunge un livello di asprezza autentica a una festa già carica di tensione emotiva. La sua voce stridula ti entra nelle ossa.

Il momento più struggente è il martedì grasso, quando appare il Carlisep, il fantoccio che rappresenta il Carnevale stesso. Viene portato in trionfo e poi bruciato in piazza, un sacrificio rituale per salutare l’inverno e sperare in una primavera clemente. (Aggiornamento: è una scena che ricorda la forza ineluttabile del tempo, un po’ come quella delle città murate esplorate dal mio collega Alessandro nella sua indagine su Sabbioneta, dove ogni pietra è stata posata per sfidare l’oblio). Qui la vita è un cerchio che si chiude.

Bagòss e Melsat: i sapori della festa
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Non puoi dire di aver vissuto il Carnevale di Bagolino senza aver assaggiato il Bagòss, il formaggio allo zafferano che è il simbolo gastronomico di questa terra. Il suo profumo intenso, leggermente piccante, è l’accompagnamento perfetto per un bicchiere di vino rosso bevuto mentre la neve inizia a cadere sui tetti. Un’altra perla rara è il Melsat, una sorta di salsiccia di pane e spezie che si mangia bollita nel brodo, un piatto povero ma capace di scaldare anche l’anima più infreddolita. Amo questi sapori decisi, che non accettano compromessi.

Un piccolo segreto per un’esperienza davvero da insider? Arriva a Bagolino la domenica mattina presto, quando le maschere iniziano a riunirsi e l’odore della legna bruciata nei camini si mescola a quello del formaggio stagionato. Le strade sono ancora coperte di brina e il suono acuto dei primi violini si spande nell’aria gelida di fine gennaio. Evita le ore di punta pomeridiane se vuoi cogliere lo sguardo, o meglio il mistero, dietro quelle tele bianche dipinte a mano. Scegli il silenzio prima della festa.

A presto, tra l’oro e il legno delle valli,

Sofia