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il selvaggio blu, un ascensione per soli prodi: come affrontare la via più difficile di sardegna

·5 minuti·Luca

Ciao! Sono Luca. Esistono i sentieri escursionistici, quelli con le bandierine bianche e rosse e i rifugi accoglienti a fine tappa, e poi c’è il Selvaggio Blu. In Italia, questo nome viene pronunciato con un misto di riverenza sacrale e un pizzico di timore. Situato lungo la spettacolare costa del Golfo di Orosei, nella Sardegna orientale, è spesso definito il trekking più difficile d’Italia, e forse di tutta Europa.

Se cerca l’isolamento totale e una prova per il tuo carattere, questo percorso di calcare tagliente e scogliere verticali è il tuo santuario. Se invece preferite vivere la magia della Sardegna in un momento di spiritualità e luce diversa, la mia collega Sofia ha scritto una guida incantevole sul solstizio d’estate nell’isola. Ma per chi vuole la roccia, il sudore e il blu infinito, continuate a leggere.

Vista da una scogliera calcarea sul sentiero Selvaggio Blu in Sardegna che domina una baia turchese e la macchia mediterranea
Selvaggio e libero: il Selvaggio Blu è più di un sentiero; è un’esperienza primordiale della natura selvaggia sarda.

La sfida: oltre l’escursionismo
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Il Selvaggio Blu non è nato per i turisti. È stato mappato nel 1987 da Mario Verin e Peppino Cicalò, che hanno collegato gli antichi e impossibili sentieri dei carbonai e dei pastori di Baunei. Per percorrerlo, devi essere a tuo agio con qualcosa che va ben oltre il semplice camminare. Parliamo di 45 chilometri di sviluppo, ma con un dislivello positivo cumulato che supera i 4000 metri.

Qui non ci sono segnavia. La roccia è un labirinto di calcare grigio, affilato come un rasoio, che divora le suole degli scarponi in pochi giorni. Dovrete arrampicarti su pietraie mobili, navigare usando solo mappe topografiche o GPS (anche se le pareti di 500 metri spesso mandano il segnale in tilt) ed eseguire diverse calate in corda doppia per raggiungere la cengia successiva. Se dopo questa fatica vorrete brindare alla vittoria, Alessandro ha appena pubblicato una guida affascinante sui vini storici d’Italia, perfetta per un tour post-trekking.

I segreti dei pastori: i fustu de ginepro
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L’aspetto più incredibile del Selvaggio Blu è l’uso dei fustu de ginepro. Sono antichi tronchi di ginepro incastrati nelle fessure della roccia dai pastori locali per superare pareti verticali altrimenti inaccessibili. Salire su queste scale naturali, vecchie di decenni, sentendo il profumo del legno stagionato e guardando il vuoto sotto i propri piedi, è un’esperienza che ti connette direttamente con la storia millenaria di Baunei.

Ogni tappa è una scoperta. Da Pedra Longa (40.027° N, 9.707° E), il monolite che segna l’inizio, fino a Cala Goloritzé, con la sua guglia di calcare che svetta verso il cielo come un dito di Dio. Dormire sotto le stelle, magari in un cuile (la capanna dei pastori in pietra e ginepro), è l’unico modo per capire davvero l’anima della Sardegna. Per chi invece cerca un’avventura più legata alle tradizioni locali e ai sapori della primavera, il mio collega Marco ha preparato una guida bellissima sulle migliori sagre italiane.

Come sopravvivere al trekking
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Questo è un viaggio che richiede una preparazione atletica e mentale fuori dal comune. Non tentatelo mai da soli o senza l’attrezzatura corretta.

  1. La Logistica dei Rifornimenti: Poiché non c’è acqua sul sentiero, è necessario organizzare dei “supply drops”. Gruppi locali a Baunei consegnano acqua e cibo in calette specifiche via barca ogni sera. Senza questo supporto, il Selvaggio Blu è tecnicamente impossibile.
  2. L’Attrezzatura Tecnica: Servono scarpe da avvicinamento con suola in Vibram (la roccia è abrasiva), imbracatura, caschetto e una corda da almeno 60 metri. Portate una tenda leggera o, meglio ancora, un sacco da bivacco per essere pronti a tutto.
  3. La Navigazione: Il “sentiero” spesso scompare tra i cespugli di lentisco e corbezzolo. Saper leggere una mappa e usare una bussola è vitale.

I crucci di Luca: il GPS non è Dio
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Voglio confidarti uno dei miei crucci più grandi: gli escursionisti “digitali”. Quelli che partono per il Selvaggio Blu pensando che basti un’app sul telefono per orientarsi. Sotto queste pareti di calcare a strapiombo sul mare, il segnale GPS spesso “rimbalza”, segnando la tua posizione a centinaia di metri di distanza.

Detesto vedere persone impreparate che devono essere soccorse perché hanno finito l’acqua o si sono perse al primo Bacu (vallone). Il Selvaggio Blu non è un parco giochi, è natura selvaggia che non perdona la superficialità. E per favore, non lascia traccia del tuo passaggio: riportate indietro anche la carta igienica. Se vuoi un’avventura altrettanto remota ma meno “verticale”, ti consiglio la mia guida alla Costa Verde.

Il segreto dell’esploratore: S’Istrada ’e sa Carpia
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Il mio consiglio segreto è di prestare attenzione al passaggio di S’Istrada ’e sa Carpia nel Bacu Padente. È un sentiero strettissimo scavato nella roccia dai carbonai dell’Ottocento. È un punto di una bellezza drammatica dove la roccia sembra stringersi intorno a te prima di aprirsi su un panorama costiero che ti toglie il fiato.

Una volta arrivati alla fine, a Santa Maria Navarrese, la prima cosa da fare è trovare il bar più vicino e ordinare una birra Ichnusa ghiacciata e un piatto generoso di Culurgiones di Baunei (quelli con patate, pecorino e tanta menta). È il sapore della vittoria.

Il Selvaggio Blu è un viaggio che ti cambia. Elimina il rumore superfluo della vita moderna e ti lascia solo con l’essenziale: la roccia, il sole e il blu infinito. È la Sardegna al suo massimo della verità. Sei pronto a sporcarti le mani?

Restate selvaggi.

A presto, Luca