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Come vivere la vera festa di sant'agata a catania

·6 minuti·Sofia

Catania non è una città che si visita, è una città che si subisce, nel senso più carnale e travolgente del termine. Se arrivi qui nei giorni clou, dal 3 al 5 febbraio, quando il vento tagliente dell’Etna scende lungo via Etnea, ti accorgi che l’aria ha un odore diverso: un misto di incenso pesante, cera sciolta e mandorle tostate. Non è solo una festa religiosa; è un rito di possessione collettiva che vede un milione di persone riversarsi tra i palazzi barocchi di pietra lavica. Ti parlo da chi ha passato ore pigiata tra i “sacchi” bianchi, sentendo il calore umano contrastare il freddo umido della notte siciliana. Qui, il confine tra fede e delirio è sottile come un velo.

Il ritmo della festa — o meglio, di ‘A Festa, come la chiamano qui con un misto di timore e orgoglio — è un crescendo che non lascia scampo. Il 3 febbraio si inizia con l’offerta della cera e il corteo delle carrozze settecentesche del Senato, culminando la sera con i fuochi “di sera tre” che illuminano il Duomo. Il 4 febbraio è il giorno del primo incontro, con la Messa dell’Aurora e il lungo giro esterno della città che dura fino al mattino. Ma è il 5 febbraio, il giorno del martirio, che Catania tocca l’estasi con il giro interno e la salita di Sangiuliano. La devozione qui ha il peso del piombo e la luce dell’oro.

Sento il grido ritmico, quasi un tuono, che squarcia l’aria: “Cittadini, cittadini! Semu tutti devoti tutti?”. La risposta è un boato corale, un “Sì!” che fa vibrare le vetrate della Cattedrale. I devoti indossano il “sacco”, una tunica di cotone bianco che, secondo la leggenda, richiama la camicia da notte che i catanesi indossavano quando le reliquie della Santa tornarono in città da Costantinopoli nella notte del 17 agosto 1126, portate dai soldati Giliberto e Goselmo. Il berretto di velluto nero (scuccia), i guanti bianchi e il cordone completano l’armatura di chi si prepara a trascinare la Santa.

Vassoio d'argento con le Minne di Sant'Agata, dolci a cupola bianchi con ciliegina candita, su sfondo di devoti in sacco bianco
I sapori della devozione: le Minne di Sant’Agata non sono semplici dolci, ma un omaggio carnale e simbolico al martirio della Santa.

Candelore e Olivette: tra forza e miracolo
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Accanto alle autorità, si consuma la sfida silenziosa tra i ceti delle Candelore. Ce ne sono 15, ma gli occhi sono tutti per ‘a Mamma, la mastodontica candelora dei Panificatori che pesa quasi 900 chili e richiede 12 portatori esperti per l’ “annacata”, il tipico movimento oscillante che la fa sembrare viva. Se ti muovi tra la folla, sentirai anche parlare delle ‘a Bersagliera, la candelora dei pescivendoli, famosa per la velocità e la baldanza dei suoi portatori. Ogni corporazione mette il proprio orgoglio in queste torri di legno dorato.

Tra un passaggio e l’altro, cerca le Olivette di Sant’Agata, piccoli gioielli di pasta reale verde che ricordano un miracolo: si dice che un olivo sia spuntato dal nulla per proteggere Agata dai soldati di Quinziano. Accompagnale con un cartoccio di calia e simenza (ceci e semi di zucca tostati), lo snack d’ordinanza di ogni catanese che si rispetti. La dolcezza qui è una forma di resistenza.

Il mistero delle tre chiavi e il sacello blindato
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Pochi sanno che l’emozione più grande non è vedere la Santa in strada, ma il momento in cui viene “liberata” dal suo sacello blindato. La camera d’acciaio che custodisce le reliquie viene aperta solo con tre chiavi diverse, custodite da tre autorità: il parroco, il sindaco e il tesoriere. Il rumore metallico degli scatti che echeggia nel silenzio irreale della cattedrale è un brivido puro che percorre la schiena di chi osserva. Solo allora Agata torna tra i suoi cittadini, carica di gioielli che raccontano storie di grazie ricevute e promesse mantenute.

Un dettaglio che amo raccontare è quello delle ’ntuppateḍḍe, le donne che un tempo, protette da un pesante mantello che ne lasciava libero solo un occhio, giravano per la festa sfidando le convenzioni e accettando inviti dai passanti. Era l’unico momento dell’anno in cui la donna catanese poteva rivendicare una libertà assoluta e misteriosa. Oggi questa tradizione sta rinascendo come atto di orgoglio femminile, aggiungendo un velo di mistero alla marea bianca dei sacchi.

La salita di Sangiuliano: un presagio di pietra
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Se vuoi capire davvero Catania, devi essere presente durante la “corsa” della salita di Sangiuliano. I devoti trascinano ‘A Vara — un capolavoro d’argento del 1518 che pesa oltre 17 quintali — a tutta velocità lungo una pendenza micidiale, in un tripudio di grida, fatica e pericolo reale. Le corde lunghe 130 metri sembrano tendersi fino a spezzarsi sotto lo sforzo di migliaia di braccia. Per i catanesi, questa salita è un termometro dell’anno che verrà: se la Santa sale senza intoppi al primo colpo, la città avrà prosperità e protezione dall’Etna. Se la Vara si blocca, un’ombra di malaugurio cade sulla comunità. È una scommessa con il destino.

Un consiglio da insider che nessuno ti darà? Presta la massima attenzione a dove metti i piedi nei giorni successivi alla festa: la cera sciolta lasciata dai ceri dei devoti trasforma l’asfalto in una pista di ghiaccio mortale per i motorini. È il “prezzo” fisico che la città paga per la sua devozione, una cicatrice scivolosa che dura settimane. Catania è bellissima, ma non ti perdona la distrazione. Guarda sempre a terra.

Minne e Olivette: il martirio diventa sapore
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Non puoi lasciare Catania a febbraio senza aver assaggiato le Minne di Sant’Agata. Questi dolci a forma di seno sono una citazione diretta del martirio subito dalla Santa, un mix di pan di spagna, crema di ricotta di pecora e una ciliegina candita sulla sommità. La vera Minna artigianale deve avere una goccia di Zammù (l’anice locale) nella ricotta, un dettaglio che pulisce il palato e invita a un altro morso. Cerca quelle fatte nelle pasticcerie storiche vicino a piazza Stesicoro, lontano dalle trappole per turisti della stazione. La pasta reale deve essere sottile e croccante.

Mentre cammini tra i banchetti, assaggia anche le Olivette, dolcetti di pasta di mandorle verde che ricordano il miracolo dell’ulivo che protesse la Santa durante la fuga. Sono piccole, dolcissime e creano dipendenza. (Nota: se apprezzi questo legame viscerale tra cibo e rito, dovresti leggere anche la guida di Giulia sull’ Infiorata, dove l’arte è effimera come il sapore di un dolce appena sfornato). Qui la fede passa per la bocca.

Aggiornamento: Se la potenza ancestrale di Catania ti ha affascinato, ti suggerisco di scoprire un’altra anima profonda dell’isola, quella del mare: Luca ha tracciato un viaggio tra gli echi della Mattanza nelle isole Egadi, dove si consuma un altro antico rito di sangue e acqua. Se preferisci qualcosa di più classico, Elena ha preparata una guida per famiglie alla Valle dei Templi di Agrigento, perfetta per camminare tra la storia insieme ai bambini. Scegli la tua Sicilia.

A presto, tra il bianco dei sacchi e il nero della lava,

Sofia