La Scarzuola è una località rurale dell’Umbria, situata nella frazione di Montegiove nel comune di Montegabbione, in provincia di Terni. Ci si arriva risalendo le colline della bassa Umbria lungo strade che si restringono in una fitta fascia boschiva, lontano dai consueti itinerari rinascimentali. La tradizione racconta che nel 1218 san Francesco d’Assisi si fermò qui, piantò una rosa e un alloro e vide sgorgare una fonte, costruendo un modesto rifugio il cui tetto fu intrecciato con una pianta palustre della zona chiamata scarza. Da quell’erba ha preso nome l’intera proprietà: la Scarzuola.
Nei decenni successivi l’eremo divenne un convento stabile: i conti di Marsciano vi fecero costruire una chiesa, ampliarono gli edifici conventuali e affidarono il presidio ai Frati Minori. Dal 1243 e per quasi sette secoli quella chiesa fu il sepolcro dinastico della famiglia, accogliendo le spoglie di circa novanta membri nelle cripte fresche fino all’ultima sepoltura del 1820. Per generazioni la vita del complesso è scorsa a lungo lungo questi binari quieti, nascosta nel bosco e divisa tra la preghiera francescana, l’isolamento claustrale e la memoria dei defunti.

Tomaso Buzzi e l’invenzione della città-teatro#
La svolta arriva nel 1957, quando l’architetto milanese Tomaso Buzzi acquista l’intera proprietà. Tra il 1958 e il 1978 disegna e costruisce, nella valletta che si apre proprio dietro al convento, una grande scenografia teatrale in forma di città-teatro: la sua interpretazione novecentesca del tema della città ideale rinascimentale. Buzzi concepì l’opera come un’antologia in pietra fondata sul linguaggio esoterico dell’alchimia e, quando chiuse il cantiere nel 1978, la lasciò deliberatamente incompiuta: non un monumento rigido, ma un frammento aperto, sospeso tra la rovina classica e l’apparato scenico, il cui senso ogni visitatore ricostruisce per conto proprio.
Le citazioni e il pastiche simbolico#
Camminare tra queste strutture significa misurarsi con un pastiche colto di memorie storiche, dove l’erudizione dell’architetto dialoga di continuo con l’antichità classica e con il manierismo. Buzzi non si è accontentato di citare modelli noti, ma ha composto un confronto serrato tra edifici celebri e apparati scultorei, montandoli in una sequenza scenica che spiazza le normali coordinate dello spazio.
I richiami archeologici rimandano prima di tutto a Villa Adriana, presso Tivoli, che Buzzi riprende in scala ridotta negli spazi della palestra e delle terme imperiali; pochi passi più in là il gioco d’acqua della Rometta rievoca invece la Villa d’Este, dove un tempo si citava la Roma antica in miniatura. Guarda bene la base delle colonne e i punti in cui cambia la muratura: il repertorio classico è ovunque, montato e distorto con erudizione deliberata. Il cuore monumentale culmina nell’Acropoli, il punto più alto dell’insieme, dove convivono in un solo colpo d’occhio ben sette edifici assemblati in una silhouette surreale e incastrata: il Partenone di Atene, le arcate del Colosseo, la cupola del Pantheon romano, la geometria severa di una piramide egizia, la Torre dei Venti ottagonale, il Tempio rotondo di Vesta e la Torre dell’Orologio di Mantova.
A questo repertorio classico si intrecciano le invenzioni grottesche del Sacro Bosco di Bomarzo. Tra i dislivelli del terreno e gli ordini di terrazze compaiono una barca di pietra arenata nell’entroterra come un vascello naufragato, un mostro dalle fauci spalancate e la figura alata del Pegaso: elementi che animano un collage intellettuale per viaggiatori colti, in cui l’ingegneria civile romana e gli artifici dei giardini manieristi confluiscono in un’unica, sconfinata scena all’aperto.
Il percorso iniziatico#
L’intero impianto della città buzziana non segue il caso ma un ordine ascensionale e simbolico, una drammaturgia meditata. La pendenza naturale è stata modellata da una grande spirale di pergolati che guida i passi e fa da struttura a un classico percorso iniziatico, pensato per condurre il visitatore dal fondo della valletta verso l’alto, allontanandolo gradualmente dal quotidiano.
L’asse verticale si apre con la sagoma scheletrica del Pegaso, le cui costole nude di pietra paiono quasi un monito piantato nel terreno, e sale di terrazza in terrazza attraverso una sequenza continua di spazi scenici. Si incontrano un anfiteatro e il teatro erboso, un piccolo teatro dalle gradinate invase dal verde; poi una torre-colonna rotta, che richiama la fragilità delle ambizioni umane, fino al singolare teatro delle api, le cui decorazioni rimandano all’operosità e alla metamorfosi. Il punto d’arrivo è l’Acropoli. Questa salita è stata interpretata a più riprese da storici dell’arte e psicologi come una metafora costruita del processo di individuazione secondo Carl Gustav Jung: un cammino in cui, tra ombre sotterranee e piattaforme di pietra illuminate dal sole, ogni gradino, arco e dislivello corrisponde a una tappa di trasformazione e consapevolezza interiore.
La visita guidata con Marco Solari#
Alla morte di Tomaso Buzzi, nel 1981, la città-teatro era stata realizzata solo in parte. Se oggi la vediamo in questa forma lo si deve al suo erede Marco Solari, che negli anni seguenti ha proseguito l’impegnativo cantiere basandosi sugli schizzi, i disegni e le annotazioni lasciati dall’architetto, portandolo a compimento senza tradirne lo spirito originario. La chiesa duecentesca è rimasta estranea agli edifici teatrali: tuttora consacrata come oratorio privato, è fisicamente intatta e nettamente separata rispetto all’universo teatrale ed ermetico sorto pochi metri più in basso.
La Scarzuola non si esplora in autonomia: oggi si visita esclusivamente su prenotazione, in piccoli gruppi guidati condotti storicamente dallo stesso Solari. Il giro dura circa un’ora e mezza ed è denso, a tratti spiazzante. Durante la nostra visita l’errore è stato pretendere di registrare ogni singolo rimando a ogni passo: tra alchimia e riferimenti esoterici, nell’arco di un’ora e mezza si rischia di perdere il filo della narrazione e confondere i singoli teatri. Conviene abbandonare l’ansia di decifrare ogni dettaglio teorico e lasciarsi condurre dal ritmo delle terrazze e dal racconto appassionato di chi custodisce questo luogo ogni giorno.
Come organizzare la visita#
Per chi desidera inserire questa tappa in un itinerario nella bassa Umbria, serve un minimo di pianificazione. Il complesso si trova formalmente in Località Montegiove, nel territorio di Montegabbione (TR).
Per l’arrivo conviene l’automobile. Partendo da Orvieto la distanza è di circa 48 chilometri, che si coprono in poco meno di un’ora risalendo le curve delle strade provinciali per poi inoltrarsi nella fascia boschiva che circonda il colle. Dopo la visita vale la pena fermarsi in una delle osterie di Montegabbione: i boschi di questa zona dell’Umbria danno il tartufo nero, e un piatto di umbricelli conditi con il tartufo fresco è il modo più schietto per chiudere la giornata.

L’accesso alla Scarzuola non è libero: il cancello resta chiuso e si entra esclusivamente su prenotazione per partecipare al gruppo guidato di circa un’ora e mezza. Presentarsi all’improvviso sperando di acquistare un biglietto sul posto significa quasi certamente trovare la struttura sbarrata e dover fare marcia indietro.
Chi vuole proseguire l’esplorazione di questa provincia appartata può poi spingersi più a sud e scoprire la Narni sotterranea tra Inquisizione e acquedotto romano, oppure deviare verso oriente lungo le strade che collegano i borghi di pietra della Valnerina, componendo un itinerario fatto di silenzi, architetture impreviste e territori ancora lontani dai flussi consueti.